Attualità

La sigaretta elettronica fa meno male: uno studio italiano lo dimostra

Una ricerca italiana condotta dalla Sapienza ha confermato che le sigarette elettroniche sono meno dannose delle sigarette normali.

Il progetto di ricerca sulla sigaretta elettronica è stato avviato dall’Università “La Sapienza” di Roma, a seguito di numerosi casi di decessi negli Stati Uniti. Le ricerche hanno avuto riconoscimento internazionale e lo studio è stato pubblicato da una delle più autorevoli riviste specialistiche del mondo, il “Jaha” (Journal of american heart association).

I ricercatori della Sapienza hanno analizzato, nello specifico, la differenza dell’impatto sulla pressione e sui vasi sanguigni tra la sigaretta elettronica, il dispositivo a “tabacco riscaldato” Iqos e le sigarette. Dai risultati, è emerso che entrambi i dispositivi, basati su tecnologie che permettono di inalare nicotina evitando senza però inalare i derivati della combustione, hanno un impatto nettamente inferiore sulla pressione e sui vasi, oltre che sullo stress ossidativo cellulare. Quello sulla sigaretta elettronica è, senza dubbio, un primo per un’alternativa da offrire ai fumatori che non riescono a smettere.

La ricerca è stata presentata al Policlinico di Modena, in occasione dell’ottavo congresso della Società italiana di emoreologia clinica e microcircolazione (Siecm). La combustione della carta, principale causa di danno delle sigarette, è fattore di rischio per lo sviluppo di patologie cardiovascolari quali l’infarto del miocardio o eventi ischemici cardiaci e cerebrali: le sigarette tradizionali aumentano infatti stress ossidativo, viscosità del sangue, frequenza cardiaca e pressione sanguigna.

I risultati della ricerca scientifica sembrano dimostrare che questo non vale per le sigarette elettroniche. Venti i fumatori coinvolti negli studi effettuati, i quali sono stati assegnati in modo casuale ed alternato ai differenti prodotti, dal contenuto di nicotina equiparabile, con una distanza di una settimana tra le differenti fasi. I ricercatori hanno analizzato più biomarcatori possibili, facendo anche compilare ai volontari esaminati dei sondaggi che ne valutassero il grado di soddisfazione.

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