La rete del campus universitario è una gran comodità. Forse è fin troppo comoda. Wi-Fi ovunque, login veloce, dispositivi condivisi, stampanti di rete, aule studio piene degli ultimi ritrovati tecnologici. Il problema è che quella stessa comodità è anche il punto debole. Le reti universitarie sono ambienti caratterizzati da un’alta densità digitale: migliaia di utenti, accessi continui, password riutilizzate, dispositivi personali non sempre aggiornati. Un ecosistema perfetto per phishing, intercettazioni e furti di credenziali.
Perché il Wi-Fi universitario è un bersaglio facile
A differenza della rete di casa, il Wi-Fi dell’ateneo è condiviso, spesso segmentato e usato da persone con livelli di competenza molto diversi. Basta che uno solo abbassi la guardia per colpire anche altri utenti.
Un caso emblematico riguarda una campagna di phishing mirata contro un grande ateneo italiano (Università di Padova), che ha portato alla compromissione di circa 200 account istituzionali, attraverso pagine di login false e domini clonati.
Questo significa che potresti ricevere un’email molto credibile, mentre sei collegato al Wi-Fi del campus, effettui il login al portale tramite un link che sembra vero e… l’account non è più tuo.
Phishing, account riutilizzati e furto silenzioso dei dati
Il phishing resta l’arma preferita dai criminali informatici perché funziona. Messaggi che sembrano arrivare dalla segreteria studenti o dalla piattaforma online per iscriversi ad appelli ed esami. Link rapidi, tono assertivo con un pizzico di urgenza, nessun errore grammaticale.
Una volta inserite le credenziali, il problema non riguarda solo l’account universitario. Molti studenti riutilizzano la stessa password su email personali, cloud, social o app bancarie. Da lì, l’effetto domino è sempre dietro l’angolo.
Il quadro generale lo conferma: nel 2025 sono stati registrati oltre 27.000 procedimenti per reati informatici economico-finanziari, con più di 269 milioni di euro sottratti complessivamente alle vittime. Anche quando l’attacco parte da una rete apparentemente “innocua” come quella del campus.
Dispositivi condivisi e intercettazione del traffico
Altro rischio sottovalutato: la “semplice” intercettazione del traffico. In presenza di una rete aperta o mal configurata, un attaccante può osservare e captare i dati in transito, soprattutto se l’utente naviga senza HTTPS o usa app non aggiornate.
Secondo l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, nel solo secondo semestre 2025 sono stati rilevati 1.253 eventi cyber, con un aumento del 30% rispetto al periodo precedente. Segno che il rumore di fondo nel mondo digitale è sempre più alto.
Cosa può fare davvero uno studente (senza diventare paranoico)
La difesa non richiede competenze da hacker, ma di abitudini sane da mettere in campo ogni giorno:
Qui entra in gioco la VPN. Una rete privata virtuale protegge i dati trasmessi fra il dispositivo e Internet, rendendo il traffico illeggibile a chiunque non abbia la chiave crittografica. Nel 2026 sarebbe superficiale considerare questo strumento come un semplice optional.
Molte università italiane e reti della ricerca supportano soluzioni di questo tipo, soprattutto nel caso in cui siano pensate proprio per studenti e docenti, utili anche fuori sede e su Wi-Fi non protette.
E le VPN gratis? Possono rappresentare un ottimo punto di partenza per chi vuole avvicinarsi a questi strumenti e migliorare la propria sicurezza online senza costi iniziali. Offrono funzionalità di base utili per navigare in modo più protetto, soprattutto su reti pubbliche, e permettono di capire il valore di una VPN prima di passare eventualmente a soluzioni più avanzate con prestazioni e protezione superiori.
La rete del campus universitaria non va vista come il nemico, ma nemmeno come un luogo sicuro al 100%. Il rischio di subire attacchi informatici c’è, come dimostrano i casi recenti di cronaca. Fortunatamente, poche cose fatte bene, password complesse e uniche, aggiornamenti, attenzione e una VPN usata con criterio, per ridurre drasticamente i rischi.














