Il panorama universitario italiano sta lentamente cambiando volto, muovendosi verso un concetto di diritto allo studio sempre più inclusivo e attento alla salute a 360 gradi. Tra le novità più rilevanti degli ultimi tempi spicca l’introduzione di tutele e agevolazioni concrete per le studentesse che soffrono di patologie mestruali severamente invalidanti, come la dismenorrea grave o l’endometriosi.
Se a livello normativo nazionale una legge organica sul congedo mestruale stenta ancora a trovare una via definitiva in Parlamento, a livello locale sono sempre di più gli atenei che scelgono di non aspettare i tempi della politica, muovendosi in autonomia attraverso modifiche ai propri regolamenti interni.
La svolta degli atenei: da Catania alle altre università italiane
Un esempio recente e di grande rilievo è quello dell’Università di Catania (Unict), che ha aggiornato il proprio “Regolamento per il riconoscimento dello status di studente lavoratore, studente atleta, studente in situazione di difficoltà e studente con disabilità”. L’ateneo etneo – il primo in Sicilia e tra i pionieri a livello nazionale – ha esteso la categoria degli “studenti in situazione di difficoltà” anche a chi combatte ogni mese con cicli mestruali fortemente dolorosi e debilitanti.
Ma Unict non è un caso isolato. Negli ultimi anni, la spinta propulsiva delle associazioni studentesche e la sensibilità crescente dei vari organi accademici hanno portato diversi atenei lungo lo Stivale a introdurre misure analoghe per abbattere le barriere invisibili che ostacolano la carriera accademica delle donne.
In cosa consistono le tutele universitarie?
Sebbene ogni università adotti linee guida proprie, l’ossatura delle agevolazioni concesse alle studentesse con patologie certificate si muove solitamente su tre binari principali:
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Flessibilità della frequenza: viene concessa una riduzione dell’obbligo di presenza alle lezioni o ai laboratori (fino a un massimo del 20% in alcuni atenei), ammortizzando così il peso delle assenze forzate nei giorni di picco della sintomatologia dolorosa.
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Appelli d’esame straordinari: la possibilità di accedere ad appelli dedicati o straordinari nei periodi in cui la patologia impedisce di sostenere la prova nella data ufficiale stabilita dal calendario.
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Supporto didattico personalizzato: servizi di tutoraggio e supporto mirati a recuperare il materiale didattico e a mantenere il passo con i corsi.
Come funzionano le richieste e quali sono i requisiti?
Il denominatore comune tra le diverse università che hanno aderito a queste iniziative è la necessità di mantenere un approccio rigoroso, fondato sulla tutela medico-scientifica per evitare strumentalizzazioni.
Per accedere ai benefici, infatti, non basta un’autocertificazione: le studentesse devono presentare un’istanza formale ai competenti uffici per le carriere universitarie, allegando una certificazione medica specialistica rilasciata da una struttura sanitaria pubblica o accreditata. Il documento deve attestare in modo inequivocabile la presenza della patologia (dismenorrea severa, endometriosi, sindrome dell’ovaio policistico o altre condizioni invalidanti) e la sua effettiva incidenza sul percorso formativo. Lo status, generalmente, ha una validità annuale e va rinnovato all’inizio di ogni anno accademico.
Verso un diritto universale?
L’attivazione di questi sportelli e la modifica dei regolamenti d’ateneo rappresentano un passo culturale fondamentale: trasformare un problema spesso liquidato come “questione privata” o sottovalutato nel silenzio in un vero e proprio tema di welfare universitario e parità di genere.
Mentre il dibattito politico resta aperto sulle proposte di legge mirate a estendere il congedo retribuito anche al mondo del lavoro e delle scuole superiori, le università italiane continuano a fare da apripista, dimostrando che la flessibilità e l’inclusione sono pilastri indispensabili per garantire a tutte e tutti le stesse opportunità di successo accademico.














