he la vita da universitari in Italia non fosse una passeggiata per le tasche si sapeva, ma negli ultimi tempi fare la spesa è diventato un vero e proprio sport estremo. I dati Istat parlano chiaro: l’inflazione continua a farsi sentire, trascinata soprattutto dal rincaro dei beni alimentari non lavorati (+5,9%) e da un “carrello della spesa” che cresce su base annua a ritmi superiori rispetto all’indice generale. Quanto costa la spesa in Sicilia
Ma cosa significa questo per chi vive con il budget contato tra una lezione in aula, l’affitto della stanza e una sessione d’esami? Significa che il modo di fare la spesa degli studenti italiani è cambiato radicalmente.
Addio “Grandi Marche”, benvenuto Hard Discount
Se un tempo il carrello dello studente medio era una combinazione di comfort food di marca e snack pronti, oggi la parola d’ordine è ottimizzazione.
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Il boom del private label: I prodotti con il marchio del supermercato (le cosiddette white label) o le linee base dei discount hanno quasi totalmente rimpiazzato i brand storici negli appartamenti degli studenti.
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Caccia all’offerta via app: Sfogliare i volantini cartacei è preistoria. Oggi i veri “esperti di microeconomia” usano app come DoveConviene o Bring! per mappare gli sconti. Non si va più nel supermercato più vicino a casa, ma in quello che quella settimana ha l’offerta migliore su tonno, passata di pomodoro o petti di pollo.
La mappa della sopravvivenza economica
Le strategie variano molto in base alla geografia dell’ateneo e allo status dello studente, creando una vera e propria divisione di stili di vita:
La rivoluzione del “Meal Prep” e la fine del pranzo al volo
Il rincaro dei prezzi non ha colpito solo i supermercati, ma anche i bar, i chioschi e i locali intorno alle università. Il trancio di pizza al taglio o il panino al volo a prezzi stracciati sono ormai un ricordo: oggi un pranzo veloce può costare quanto mezza giornata di lavoro part-time.
La risposta della generazione universitaria? Il Meal Prep (la preparazione dei pasti in anticipo).
“La domenica cucino per tutta la settimana. Riso, pollo, verdure, tutto diviso in contenitori di plastica nel freezer. Portarsi la schiscetta da casa non è più una scelta salutista o da fissati della palestra, è l’unico modo per non spendere 40-50 euro a settimana solo di pranzi tiepidi tra una lezione e l’altra”, racconta Chiara, studentessa di Giurisprudenza.
Un’altra tendenza forte è la condivisione delle spese fisse. Se prima in un appartamento di fuorisede ognuno aveva il suo ripiano del frigo rigorosamente separato, oggi cresce la tendenza a comprare i beni di prima necessità (olio, sale, caffè, detersivi) in comune per dividere il costo al centesimo ed evitare sprechi.
Il paradosso: mangiare sano costa troppo?
Il vero rischio di questa ondata inflazionistica è l’impatto sulla salute. Con la carne fresca, il pesce e la verdura di stagione che registrano i rincari più alti, la tentazione di rifugiarsi in carboidrati economici e cibi ultra-processati (noodles istantanei, pizze surgelate in offerta, scatolame di sottomarca) è fortissima.
La sfida per la comunità studentesca oggi non è più solo superare l’esame più difficile del corso, ma farlo mantenendo intatto sia il libretto universitario che l’equilibrio nutrizionale, senza azzerare il conto in banca.














